CHE COS’È LA FELICITÀ?

PUBBLICATO IL 09 FEBBRAIO 2021 IN RIFLESSIONI

Bella domanda. Potremmo stilare un elenco di condizioni – materiali, fisiche, simboliche -  necessarie alla realizzazione della nostra idea di felicità. Ma anche in quel caso non riusciremmo a definirla nella sua completezza. Forse perché, proprio quando la esperiamo, proprio quando la felicità c’è, non pensiamo ad essa e non ci soffermiamo a nominarla, ma semplicemente la viviamo e la assaporiamo (se abbiamo la fortuna di saperla riconoscere). E magari, invece, avviamo riflessioni, rimuginiamo su di essa quando non c’è, perché in quel momento ci sentiamo manchevoli di qualcosa e il nostro stato d’animo e mentale sono orientati in senso negativo.

 

Alcuni hanno il pudore di dirsi felici, ovvero non ne parlano – di felicità, della loro – per partito preso, ma non per un puntiglio o per ideologia, semplicemente per timore, come se la felicità non fosse di questo mondo o non fosse alla loro portata, o avessero scaramanticamente paura di perderla se trovata, per cui dicono – semplicemente – che “stanno bene” o che “aspirano a stare bene”, e questo per loro è già tanto. Perché, poi?

Forse peccheremmo di tracotanza se parlassimo o ricercassimo la felicità?

 

La felicità non è un peccato, certo, e ricercarla è un’aspirazione che ogni essere umano nutre in cuor suo, uno stato che ognuno persegue anche se attraverso vie diverse, particolari, spesso non comprensibili ai più.

 

I passi per raggiungere questo stato di grazia, di pienezza non sono elencabili né uguali per tutti, ma per tutti dovrebbe essere chiaro un concetto: anche la felicità è una conquista. E implica fatica. La fatica di ascoltarci e ascoltare l’altro, di comprendere la nostra e l’altrui natura, i nostri schemi mentali e quelli altrui. E cambiarli, laddove sia necessario. Questo perché il bene-felicità dipende da noi, ma non può prescindere dall’altro. Lo stesso Gesù nel rispondere a chi gli chiedesse quale fosse la strada giusta per la “felicità eterna”, metteva come condizione l’amare il prossimo come se stessi. Amare se stessi e amare il prossimo, mantenere in equilibrio ciò che possiamo dare agli altri con ciò che dobbiamo a noi stessi. Una tensione continua verso un obiettivo che ci accomuna tutti, ma che è in continua rinegoziazione: la felicità.

E, gli obiettivi che ci poniamo nella vita quotidiana, da quelli apparentemente più spiccioli o vicini a quelli di più ampio respiro, meritano sempre una nostra riflessione e andrebbero sempre calibrati sul nostro sentire. Sentire cosa? Quanto aderiscano a noi e viceversa.

 

Perché la felicità è racchiusa in ogni gesto quotidiano, perché ogni gesto è parte del nostro programma vitale e solo noi possiamo scegliere quale crisma imprimere a questo progetto che è la vita: se sviluppare un atteggiamento positivo, egoistico in modo sano e dunque intrinsecamente altruistico, o un atteggiamento negativo, di autobocoittaggio rispetto alle nostre capacità, aspirazioni, obiettivi. Allo stesso tempo, bisognerebbe accettare il fatto che la felicità possa non essere uno stato permanente, una conquista definitiva, ormai assodata e inalienabile. E che magari possa non durare molto, che possa essere transeunte ma non per questo meno godibile, meno agognabile. La felicità è uno stato di piena grazia, di cui possiamo godere anche senza esserne avvertiti! 

La felicità può durare anche lo spazio di un’intensa emozione e svanire assieme a lei.

 

Insomma, cos’è questa felicità?

Forse, alla fine, la felicità non è altro (come se fosse poca cosa!) che trovare l’equilibrio. Ma non ci stancheremo mai di dire che l’equilibrio è quanto di più instabile esista, quanto di più difficile da perseguire e da far perdurare: l’equilibrio è dinamico, dopo tutto, o no?

Bene, l’obiettivo-felicità può essere raggiunto e mantenuto solo grazie e in virtù di un allenamento, un allenamento consapevole, che implica la fatica di comprendere quello che viviamo e che agiamo - in relazione a noi e all’altro - e di mettere in discussione i nostri schemi mentali e di comportamento consolidati. È un allenamento, dunque, non solo al cambiamento, ma giocoforza anche alla felicità e come tale ha una sua durezza ed è articolato in tappe (o momenti), da apprendere e agire. Quali?

 

Nei prossimi post il mio impegno sarà quello di illustrarle, precisando – qualora ce ne fosse bisogno – che il mio è solo un possibile approccio e di certo non l’unico!

 

 

Foto di copertina: pxhere.com